Ho letto con grande piacere questo e-book. L’ha scritto Andrea Diletti.
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Le 8 chiavi del musicista di successo
Il resto è rumore

800 pagine circa di goduria musicale, questa volta da leggere, non da ascoltare
Quando sto per acquistare un libro, caccio e scaccio su internet recensioni, pensieri, micro-interventi sui forum del medesimo. E’ un leggero schiaffo masochistico, quello di leggere chi lo sta leggendo o chi lo ha letto.
Questa attività pre-acquisto è frenetica soprattutto quando sono indeciso sull’acquisto: non mi convince l’autore, oppure il prezzo è troppo alto, oppure la trama non mi attira.
E’ il caso de “Il resto è rumore” di Alex Ross e questo post descrive più del mio (di post) lo stato d’animo del lettore compulsivo.
L'antico Egitto e la musica. Scoperte, deduzioni, intuizioni.
Mi piace parlare con gli autori dei libri che ho amato. Approfondisco con il dott. Maurizio Agrò, autore di questo libro scritto bene, di agile lettura.
Quanto c’è ancora da scoprire della musica nell’Antico Egitto? Oppure gli elementi essenziali sono già circoscritti?
La musica dell’Antico Egitto è ancora tutta da scoprire. Sicuramente i primi passi sono già stati mossi grazie alle intuizioni di Sachs e Hickmann. Parlare di “elementi essenziali” non è possibile poiché gli studi hanno evidenziato solamente alcune “curiosità” come per esempio la posizione delle mani sugli strumenti. Infatti in ogni raffigurazione le mani non hanno un ruolo standard, non vengono rappresentate sempre nello stesso modo, anzi, vi è una grande varietà di atteggiamenti.
Questo è il primo sintomo di una raffigurazione “dell’attimo”, ma non è un elemento che può fornire dati musicali certi. Sicuramente però è un buon punto di partenza per analisi più dettagliate. Se invece si vuole mettere in luce la possibilità di “un’archeologia musicale” come disciplina autonoma, con un proprio carattere distintivo, allora si può dire che la strada è stata tracciata e bisognerebbe imparare a seguirne il percorso anche se non abbiamo ancora una Stele di Rosetta per decifrare la musica.
Pare sia ancora argomento vivo tra gli studiosi la presenza dell’armonia nella musica egizia. Da musicista mi pare quasi impossibile il contrario: uno strumento come l’arpa non può non essere un veicolo di sperimentazione polifonica. Perchè c’è ancora incertezza?
Lei dice bene. In effetti è impensabile la costruzione di strumenti policorde ma monofonici. È un paradosso ovvio. Gli strumenti policorde sono polifonici per antonomasia. Inoltre, come ha ben detto, non si può pensare che un musicista dell’antico Egitto, davanti a un’arpa, non abbia mai provato a suonare più corde contemporaneamente. Anche questo è un paradosso. Ma limitarsi a ciò sarebbe veramente riduttivo. L’esistenza di raffigurazioni di ensamble musicali costituiti da Liuti, Arpe, lire, tamburi, flauti e oboi è la prova di una conoscenza musicale polifonica.
Se si parla invece di armonia nel senso tonale, facendo riferimento al nostro sistema musicale, allora le cose cambiano. È ovvio che non poteva esistere un’armonia basata sulla radice dodicesima di due, ovvero sulla divisione dell’Ottava in 12 semitoni perfetti, ma sicuramente esisteva una forma di armonia basata su scale e intonazioni simili a quelle dei paesi arabi di epoca moderna. Il vero dramma non è se l’armonia in Egitto fosse esistita o meno, ma il fatto che i musicologi rifiutano la possibilità di una conoscenza armonica avanzata. Infatti ancora oggi esiste una certa resistenza a pensare che popoli così antichi possedessero conoscenze acquisite solamente nel Rinascimento, ma ciò è vero per la musica come lo è per tutta l’archeologia.
La musicologia tende a separare i periodi storici e affidare a ciascuno un ruolo. Il 1600 è l’epoca della nascita del Temperamento Equabile e dunque non è possibile che prima di quella data esistesse una “concezione di armonia”. Il problema è quello di vincere vecchi preconcetti. Un esempio che credo interessante deriva dalla nostra concezione della musica. Nel XXI secolo tendiamo ancora a dividere la musica in due grandi tronconi: Musica Leggera e Musica Classica.
Per Classica ci soffermiamo solamente a Mozart, Beethoven e Verdi, per Leggera intendiamo tutto ciò che non è Colto e, con questa affermazione, dunque si intende “scadente”, “da scartare”. Per fortuna sappiamo che così non è! La stessa cosa succede per la musica, o le musiche, dei popoli antichi. Tutto ciò che risale a prima della Grecia Classica è considerato “primitivo” dunque “banale” dunque “scadente”. È difficile accettare che uomini vissuti 5.000 anni prima di noi siano giunti a conclusioni e soluzioni come le nostre e con mezzi decisamente rudimentali. Se penso alle arpe moderne non posso non paragonarle a quelle Egizie, in fondo cosa è cambiato?
Se potessimo avere un’arpa dell’Antico Egitto potremmo addirittura accordala per quinte usando il sistema temperato poiché le corde sottostanno solo alle leggi della fisica e dunque le frequenze di accordatura variano in base al nostro modo di “ascoltare”. In aggiunta bisogna considerare anche la nostra “cultura all’ascolto” che ci induce a considerare “fastidiosa” la musica non tonale, così il Gamelan o la musica Araba ci sembrano “monotone” e prive di senso.
Inoltre se si dicesse apertamente che gli Egizi conoscevano l’armonia bisognerebbe riscrivere i libri di musica, pensi a Zarlino declassato al secondo posto nella scoperta della scienza armonica o al Clavicembalo Ben Temperato come un semplice libro di esercizi, sicuramente si creerebbe uno scompiglio nel mondo musicale accademico, dove le conoscenze acquisite non possono essere messe in discussione. Allora, come succede nell’archeologia moderna, è meglio insabbiare, e ciò può voler dire evitare uno studio più apporofondito.
Perchè è molto importante la mastaba di Ptah-hotep a Saqqara?
La mastaba raffigura un arpista che effettua due movimenti differenti con le due mani. Una delle mani ha il pollice e l’indice che sembrano toccarsi, quasi a realizzare un pizzicato sull’arpa e l’altra mano tiene le dita tese. Questo è proprio un bellissimo esempio delle intuizioni di Sachs ovvero che la posizione delle mani è segno della volontà di realizzare un particolare tipo di armonizzazione. Anche il chironomo effettua dei movimenti con le dita e guardando bene non si trova neanche frontale all’arpista a differenza di molte altre raffigurazioni dove i chironomisti guardano i loro musicisti. Dunque si tratta solo di un chironomo o è anche un cantante? Ecco, questo è un esempio di cosa vuol dire approfondire lo studio della musica nell’Antico Egitto. Quando tutto sembra uguale o piuttosto simile spuntano fuori piccolo particolari che raggruppati danno vita a nuovi dubbi.
Maurizio Agrò
Musicista e compositore ed è attualmente docente presso l’Università de L’Aquila. Ha ottenuto una menzione speciale dall’Accademia dei Lincei per la Musicologia. Autore di saggi sulla musica contemporanea è collaboratore delle più importanti istituzioni musicali italiane oltre ad aver realizzato numerosi programmi per Rai Educational.
Per questa intervista ringrazio la casa editrice Anankè.
Letture musicali: Studi di antropologia musicale. Leggere fa sempre bene.
La casa editrice CLUEB ha da poco pubblicato un interessante volume intitolato Antropologia della musica nelle culture mediterranee. Interpretazione, performance, identità. Ho usato l’aggettivo interessante non a caso: il testo raccoglie una serie di saggi in lingua italiana ed inglese di etnomusicologia.
Sono felice di parlare di questo testo anche perchè è dedicato a Tullia Magrini (scomparsa nel 2005) che ha scritto un testo che ho amato come musicista e come avido lettore: Universi sonori, introduzione all’etnomusicologia (di cui parlerò più in là).
Ma torniamo al libro della CLUEB. Ecco gli argomenti trattati:
- I. I luoghi della musica / Music and Place
- Musica, musicisti e identità / Music, Musicians, and Identity
- Polifonia e fasce di suono / Polyphony and Sonic Layer
- Popular Music / Musica populi
Il volume è in bilingue, o meglio, alcuni saggi sono in italiano altri in inglese.
Tra questi, mi hanno intrigato Rhythmic Layers in Turkish Instrumental Improvisation, Identità. Un concetto discutibile, utile, applicabile?
E’ un volume sulla musica, per la musica e che offre grandi spunti riflessivi sulle radici che il nostro Mediteranneo spero non trascurerà mai. E non è una considerazione pleonastica soprattutto se pensiamo all’inarrestabile contaminazione di culture musicali che rischia di offuscare le origini delle culture stesse nella ansiosa produzione di calderoni musicali.
Mi spiego. Grazie al campionamento oggi è piuttosto semplice riprodurre un duduk, ma quanti musicisti conoscono le origini di questo strumento? Nell esempio, la facilità di accesso allo strumento riduce al minimo la consapevolezza dello stesso. Tornerò sull’argomento, comunque.


