A difesa delle Trombe d'Eustachio
Riassumo un bell’articolo di Philip Ball su Prospect Magazine intitolato Who’s afraid of the avant-garde. L’articolo inizia citando lo scrittore Joe Queenan che – a proposito della Sinfonia di Berio (1968) – ha scritto: <<35 minutes of non-stop torture>>. Di più, del Stockhausen’s Kontra-Punkte (1953): <<a cat running up and down the piano>>.
Da queste dichiarazioni Ball si chiede come mai questi autori non siano sarebbero stati assimilati dal grande pubblico al pari di Stravinskij e Ravel. Sebbene, infatti, Queenan si sia sforzato invano di apprezzare la “nuova” musica, perchè Stockhausen e Penderecki sono poco apprezzati dalla stragrande maggioranza degli amanti della musica.
David Stubbs, autore del libro Fear of Music, scrive che <<musical performance lacks an “original object” that, in the case of visual art, may become the subject of veneration or trade>> (la performance musicale difetta di un “originale scopo” che, nel caso dell’arte visuale, potrebbe diventare lo scopo di una venerazione o di un commercio).
Secondo Ball, però, l’analisi di Stubbs è parte di un problema, piuttosto che la soluzione. Per Stubbs la nostra reazione alla musica è dettata dal contesto e dalla prospettiva, non da quello che ascoltiamo. Un approccio, quindi, piuttosto ideologico come quello di Adorno (difensore di Schoenberg) quando sosteneva che la tonalità era il bastione di una compiacenza borghese.
L’autore dell’articolo fa un cenno alle Teorie della Gestalt secondo le quali è presente una serie di regole mentali che aiutano le persone a fare buone associazioni e ad interpretare stimoli sensori complessi e raggrupparli insieme. Ad esempio: si presume che l’areo che entra in una nuvola e scompare sia lo stesso che ricompare dall’altro lato. Raggruppiamo, in sostanza, oggetti che sembrano simili.
Una melodia che non abbia particolari salti di intervallo è considerata sicuramente più orecchiabile di una melodia con note molto distanti fra loro. Così come la sezione ritmica di un brano aiuta a garantire una coerenza del brano che lo rende “meglio assimilabile”. Nelle Structures I di Boulez o nelle Klavierstück VII di Stockhousen si dice che non ci sia discernimento ritmico e la linea melodica sia come le vette frastagliate delle Dolomiti.

Boulez
Ma come si può dire che Structures I di Boulez non abbia struttura? E’ uno dei brani musicali più strutturati. Il brano è infatti composto secondo la tecnica seriale che implica anche il concetto di “atonalismo” (termine da prendere con le pinze, non amato da Schoenberg). Atonalismo inteso come mancanza di “centro tonale”, di “ritorno a casa”. E proprio la mancanza di “centro tonale” rende l’inizio, il durante e il finale dell’opera piuttosto complicato.
Ascoltare questa musica con diverse strategie da quelle “vigenti” è la sfida che propone Ball. Se la musica non è riconosciuta come processo mentale, il suono è tutto quello che rimane.
P.s. Aggiornata sezione “libri” e “risorse musicali“.
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