Etnomusicologia: due domande per riflettere, per approfondire

In: etnomusicologia

3 Jun 2009

IMG_8458In un mio precedente post ho scritto del libro pubblicato dalla Clueb Studi di antropologia musicale. Un’occasione che mi ha spinto a mettermi in contatto con uno dei curatori del testo, il prof. Marcello Sorce Keller, al quale ho rivolto un paio di domande sull’etnomusicologia. Ringrazio sin d’ora la Clueb e il prof. Azzaroni (curatore anch’egli del testo) per questa mini-intervista.

D: L’etnomusicologia è la disciplina che studia le musiche del mondo. Prendo a prestito l’apertura del libro di Tullia Magrini Universi sonori perché oggi questo mondo appare sempre più ristretto, più a portata d’orecchio se pensiamo a quanto Internet sia d’aiuto per mescolare musiche di varie etnie, decontestualizzare timbriche strumentali privandole delle radici. Ed il risultato non è musica etnica, piuttosto musica globale. A fronte di questo saccheggio musicale, ha ancora senso parlare di etnomusicologia per la musica d’oggi? Oppure questa disciplina è rivolta alla musica che era, che fu?

È vero. L’etnomusicologia studia le musiche del mondo: tutte, nessuna esclusa. Più volte si è quindi sostenuto (p. es. da Charles Seeger) che dovremmo parlare semplicemente di “musicologia” (= studio del fenomeno musica). Il fatto è che per nefasta tradizione si chiama invece “musicologia” (e talora, ma non sempre, si aggiunge l’aggettivo “storica”) solo quell’ambito di studi ristretto che tratta della musica scritta del mondo occidentale.

È importante poi chiarire che l’etnomusicologia (nonostante il prefisso “etno”) non si occupa preferenzialmente di musiche “etniche”. Le etnie sono gruppi sociali caratterizzati da un certo grado di endogamia. Sarebbe quindi ben triste se gli etnomusicologi si occupassero solo di comunità endogamiche; il loro sarebbe allora un campo di studi ad orientamento razzista. Il prefisso “etno” nasce da ragioni storiche (che richiederebbero un discorso a parte) e forse oggi andrebbe sostituito. Ma fintanto che lo studio della musica scritta occidentale continua a chiamarsi “musicologia”, è difficile trovare un nome appropriato per il settore più vasto che realmente si occupa non solo di una musica ma, invece, di tutte le musiche del pianeta.250px-Frances_Densmore_recording_Mountain_Chief2

Adesso passo al punto successivo della sua domanda, quello che chiama in ballo internet e la globalizzazione. Le musiche del mondo hanno spesso viaggiato, sono spesso state decontestualizzate, e frequentemente anche, in certo senso, rubate – ogni cultura si appropria (e perché non dovrebbe) dei prodotti delle altre nella misura in cui lo ritiene utile, gratificante, opportuno. Forse oggi questo avviene in misura maggiore. Ma non si pensi che tutto sia ormai accessibile a tutti: esistono filtri commerciali e culturali di grande efficacia. Anche quella che chiamiamo world music, la nebulosa fusione musicale Nord-Sud/Occidente-Oriente, che si situa tra rock, pop e jazz, con la fecondazione aggiuntiva di influenze extraeuropee, è molto selettiva ed esclude tutto ciò che risulta poco compatibile e amalgamabile con i generi occidentali.

Se osservato da questo selettivo punto di vista l’orizzonte globale può forse apparire ristretto, ma non lo è proprio. Non c’è mai stata tanta diversità musicale sul pianeta terra di quanta ce ne sia oggi. Questo blog potrebbe essere integralmente dedicato solo ai generi e stili musicali che sta producendo l’Indonesia (e cha ha prodotto negli ultimi 40 anni!) senza mai correre il rischio di trovarsi senza materiale da presentare e discutere! Con buona pace della globalizzazione, non mi pare che questi generi e stili, a parte gli indonesiani, li conosca nessuno…

D: Ascoltare musica di altre etnie richiede sicuramente una versatilità uditiva apprezzabile: la granitica educazione tonale ricevuta sin dall’infanzia ha generato, probabilmente, una sorta di solco sonoro difficile da superare. Credo, infatti, che comprendere i katajjait degli Inuit, oppure i canti peruviani, sia un’attività destinata a pochi eletti, pur essendo questa tipologia musicale considerata popolare. Da dove e come partire per un percorso etnomusicologico?

Il punto cruciale della domanda risiede nel senso che si dà alla parola “comprendere”. È certo che né io né lei io potremo mai realmente “comprendere” la musica degl’indiani pueblo come la comprendono loro stessi; ma non riusciremo mai nemmeno a comprendere i Lieder di Schubert come li comprende un viennese, e nessun viennese di oggi li comprende poi allo stesso modo di come li poteva intendere un contemporaneo del compositore o il compositore stesso.

Antropologia della musica nelle culture mediterranee

Antropologia della musica nelle culture mediterranee

Credo sia proprio necessario abbandonare il luogo comune, duro a morire, che il senso della musica sia totalmente intrinseco alle forme sonore dei diversi generi, stili, o repertori. È proprio nella natura del suono organizzato di raccattare significati simbolici come una calamita, sono significati che noi stessi creiamo e che gli attribuiamo ogni qual volta sono compatibili con il nostro vissuto. Non esiste un significato autentico della musica. Esistono solo significati che vengono soppiantati da altri, fraintendimenti successivi, ma molto creativi, produzioni di senso che soddisfano più o meno, a seconda dei casi, delle circostanze, delle forme di socializzazione, di alcuni individui o gruppi e non di altri.

Un tedesco dell’Ottocento raramente era in grado di dar senso alla musica di Verdi, mentre per gli italiani di allora era molto difficile darlo a quella di Wagner. Oggi tutti sono in certa misura più bravi. Un abitante di Gradisca d’Isonzo o di Springfield nell’Illinois, è spesso capace di attribuire senso alla musica di un corrido messicano o al suono del didjeridu (ma è il suo senso e non quello dei produttori originari). Come ciò sia possibile e perché in certi casi lo sia e in altri non lo sia, perché quando io e lei ci sediamo in poltrona e ascoltiamo insieme un Cd dei Genesis non sentiamo mai in realtà la stessa musica, costituisce sicuramente una delle questioni che maggiormente affascinano l’etnomusicologo.

La sua domanda contiene anche un termine che, da buon donchisciotte quale sono, tento di combattere come e quando posso. Non esiste una musica “popolare” nemmeno tra gli Inuit. Non esiste, non è mai esistita e non potrebbe nemmeno esistere. Si tratta di un concetto inventato dal nazionalismo tedesco, congruo e funzionale alla definizione di quell’altro concetto polarmente antitetico al precedente: quello di musica “classica”. Pure quest’ultima non esiste, non è mai esistita e non potrebbe davvero nemmeno esistere. Ma questo mito fu molto funzionale a promuovere la nascita della nazione tedesca. Paradossalmente, fu anche accettato dalla cultura italiana che aveva tutto da perdere nell’adottarlo (dato che per definizione, guarda caso, i grandi compositori di “musica classica” non possono essere italiani ma, invece, tedeschi). Questa è un’annosa e grossa questione che non ho resistito a tirare in ballo. Ma magari la trattiamo un po’ meglio e con maggiori dettagli un’altra volta? Lei che ne dice?

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